Fumando si vive molto meno

Per i fumatori più incalliti sembra non esserci alcun argomento decisivo che li spinga a smettere. Dicono: è la vita mia, affari miei, si vive una volta sola. Anzi, come sempre accade: il divieto stimola la disubbidienza. Va detto che la politica di isolamento dei fumatori, la ghettizzazione al di fuori dei locali dove i non fumatori socializzano, ha avuto successo. Si possono riconoscere i fumatori perché sono quelli che stanno all’entrata di un locale, si attardano o si raggruppano sull’uscio, per tirare un ultimo sorso dell’amata bionda. La politica in Italia, lanciata da una crociata che ha avuto nell’oncologo Veronesi un testimonial autorevole e riconoscibile (diventato anche ministro della Salute e stimato anche dall’allora opposizione), ha avuto successo certo, anche se si scontra con le dinamiche di ordine finanziario. Uno stato che proibisce il fumo non necessariamente chiede di smettere e risponde alle diminuzioni negli acquisti con l’aumento delle accise.

Uno degli argomenti di maggior presa sui fumatori, per farli smettere di fumare, soprattutto le giovani donne, è quello relativo alla salute e all’aspettativa di vita che deriva dal fumare un certo numero di sigarette al giorno (il famigerato “vizio”). Fu nel gennaio del 2000 che uno scioccante rapporto del British Medical Journal, stabilì che fumare una sigaretta al giorno, per un fumatore incallito, equivaleva a sottrarsi volontariamente 11 minuti della proprio vita. Questo calcolo empirico è stato ottenuto facendo un raffronto tra l’aspettativa di vita di un non fumatore e di un fumatore, derivando il calcolo da studi quarantennali che hanno comportato l’inserimento di dati precisi circa la correlazione (per tanti decenni negata) tra fumo e cancro.

Se sei un fumatore incallito ecco il dato che dovrebbe sinceramente preoccuparti. Prendiamo l’esempio di un fumatore deceduto all’età di 71 anni dopo aver fumato 15 sigarette al giorno dall’età di 17. I numeri contano e tenete conto che 15 sigarette al giorno non fanno nemmeno un pacchetto, spesso la misura di riferimento del fumatore abituale. Facendo un calcolo rapido avrebbe fumato 5772 sigarette per anno, il che fa l’astronomica cifra di 311688 sigarette durante l’intera vita. Sono numeri impressionanti messi insieme, oltreché un evidente spreco di denaro, se pensate che il costo medio del pacchetto è di 4,20 euro, parliamo di 65000 euro spesi in sigarette.

Calcolando questi dati in differenza rispetto all’aspettativa di vita media, che tra l’altro in Italia, è tra le più elevate al mondo, si ottiene il catastrofico risultato degli 11 minuti in meno a sigaretta. E chiunque abbia avuto a che fare, in famiglia, con fumatori incalliti sa benissimo che l’insorgenza del tumore ai polmoni è dietro l’angolo, come più importante e decisiva concausa di scatenamento. Questa media va presa con le dovute cautele. Ci sono racconti e casi ben noti di fumatori veri e propri “turchi”, che campano novant’anni fumando e bevendo senza problemi, probabilmente aiutati da una sana genetica o da differenze fisiologiche che si accompagnano a stili di vita più completi. Gli impiegati, chi fa vita sedentaria in genere si espone a un maggior rischio, che diventa fatale quando in famiglia c’è una storia conosciuta di tumori. Altri fattori che intervengono come variabili sono la capacità di inalazione del fumo e della nicotina, la resistenza del filtro e la qualità delle sigarette (strong o light).

Nel business della lotta al fumo è entrata di prepotenza la sigaretta elettronica. Si tratta di un dispositivo elettronico, appunto, che filtra una percentuale di nicotina, attraverso un sistema di vaporizzazione, che viene giudicato molto meno dannoso della semplice combustione del tabacco raffinato, che si ritrova nelle bionde. Il mercato si sta ampliando e al contrario di quello che si pensa il business e la regolamentazione non sono ostacolati dalle grandi compagnie di tabacco, che invece stanno investendo sul prodotto. Il motivo per cui c’è stato un innalzamento delle tasse viene dalle grandi aziende farmaceutiche produttrici di dispositivi medici anti-fumo, per esempio i famigerati cerotti, che temono di vedersi sottratta una ricca percentuale di fumatori pentiti, che in qualche modo non riescono a smettere col metodo cold turkey.

Questo metodo rimane ancora oggi come il più consigliato, anche se è il più doloroso e difficile. Smettere all’improvviso, approfittando magari di un mal di gola o di un periodo nel quale si fuma meno, per vari impegni, assicura al cervello la miglior riuscita. Dopo aver lottato contro un severo periodo di astinenza, che spesso richiama la nostra mente verso l’amata sigaretta, il nostro cervello usa la sua straordinaria capacità plastica di riscriversi, rinnovarsi, facendo svanire il vizio lentamente, come un ricordo che svanisce. E con esso tutte le sensazioni piacevoli che, al contrario, la sigaretta elettronica tende a mantenere. Il metodo “cold turkey” richiede quindi una grande forza di volontà, ma una volta passato il primo periodo, che può variare da 3 a 10 settimane, si dimentica la necessità di fumare. Un buon consiglio è quello di associare attività fisiche e ludiche nel periodo, perché i sintomi di astinenza non sono semplici da combattere e occorre avere la mente concentrata in altre faccende, altrimenti il rischio di ricadere è dietro l’angolo.

Le sigarette son un grosso business mondiale, e sono il prodotto che vende meglio in relazione alla pubblicità fatta, che viene limitata ovunque nel mondo, in seguito ai bandi imposti dai governi, che ne regolamentano la diffusione e il consumo. Il miglior modo per guadagnare dalle sigarette è senza dubbio quello di fare il contrabbandiere o il tabaccaio, oppure essere lo stato, i Monopoli e allora certo non ci si può lamentare di avere a che fare con questo vizio. Un vizio che è tra le principali cause di morte e che non dovrebbe essere tollerato da chi ha una storia nota di malattie in famiglia, anche perché è un modo subdolo e ridicolo di ammazzarsi lentamente.

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