Perché c’è sempre caos in Medio Oriente

La storia recente del Medio Oriente non si ferma più al conflitto arabo-israeliano che per quasi 60 anni ha infiammato la regione. In questo momento il centro della tensione è la Siria, una volta una potenza regionale in grado di creare equilibrio, insieme all’Iran, in quel preciso settore. E poi c’è la Turchia impegnata in operazioni di combattimento nel confine contro i nemici islamisti e “interni”. E naturalmente l’Iraq, il cui governo è stretto nell’alleanza forzata con Iran e USA e sta tentando di riprendere territorio allo Stato Islamico. Senza dimenticare la situazione in Yemen naturalmente, dove l’Arabia Saudita, da tempo in tensione con l’Iran, è impelagata in un conflitto aspro e senza apparente soluzione. Questo per dire del quadro contemporaneo.

Nel corso di tutti i decenni passati ci sono stati continui conflitti sopratutto quelli tra Egitto, Siria e Giordania da una parte contro Israele dall’altra. Conflitti che non hanno portato, nonostante la pace, alla soluzione dello stato palestinese, anche se Israele si è ritirata unilateralmente da determinati territori, nel tentativo di scambiare terra con tranquillità.

Tuttavia, nonostante in Italia e nel mondo si professi l’antiamericanismo professionale, le vere colpe dei problemi mediorientali vanno principalmente divise tra le ex potenze coloniali europee e gli arabi stessi, che hanno usato il petrolio per affrancarsi dall’occidente, senza creare delle decenti condizioni di sviluppo per i loro popoli. Nei paesi arabi a parte gas e petrolio, un dono della Terra, non si produce nulla. Sono nazioni popolose, giovani, forti, acculturate, ma non producono nulla, per vari motivi.

Non è nemmeno un problema di religione: per secoli le tre religioni monoteiste, che condividono peraltro la vicenda di Abramo, hanno convissuto senza problemi nei luoghi santi della regione. Il fatto è che il petrolio ha finito per mettere gli arabi tutti contro tutti, come dimostra il caso delle due guerre del golfo combattute dall’Iraq e la fine della politica dei blocchi ha lanciato una corsa agli armamenti, che ha tolto risorse allo sviluppo delle popolazioni, se si eccettuano i piccoli emirati sul Golfo. Il dramma umanitario ci dice molto: come mai i profughi di Siria e Iraq preferiscono spostarsi verso l’Europa anziché verso i paesi arabi ricchi?

La primavera araba non ha riguardato solo il nord-Africa e l’Egitto, ma anche la Siria, con le contraddizioni che vediamo oggi, un teatro di guerra sanguinoso nel quale non si sa chi sta combattendo contro cosa e a che titolo. La contraddizione è così estesa che in pratica all’Occidente, se vogliamo guardarla dal nostro punto di vista, conveniva mantenere i dittatori in zona. E non sono pochi quelli che attribuiscono il bubbone dell’IS all’intervento americano in Iraq, nel 2003. Ma così forse è troppo facile.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *