Perché si invecchia e si muore

Gran parte dei motivi dell’invecchiamento sono da indagare, ma grazie a scoperte sempre più precise e sorprendenti, stiamo iniziando a capire questo fenomeno di decadimento della materia. Ci sono aspetti che a prima vista possono sembrare contraddittori, ma che in realtà iniziano a far luce sull’inevitabile meccanismo di consumo che porta alla morte.

Per millenni la morte è apparsa così inspiegabile, che le culture e le civiltà hanno fatto fiorire religioni, superstizioni, cicli epici e miti per spiegarla. Anche se appariva visibile il deterioramento fisico, dal punto di vista filosofico essa appariva come difficile da accettare. Se non altro per la netta differenza che passa tra un essere vivente e uno inanimato.

Dal punto di vista fisiologico, i protoplasmi che costituiscono le cellule e i tessuti dell’organismo animale sono sottoposti, per tutta la vita, a un costante processo di revisione e riassestamento. Le molecole consumate durante lo svolgimento delle funzioni biologiche, quelle danneggiate da processi morbosi o usurate dal tempo, vengono semplicemente sostituite, ricostruite da zero nel processo di rigenerazione cellulare.

Questa capacità di rigenerazione è attiva su molti organi, anche se ci accorgiamo solo di quella presente in tessuti come la pelle, le unghie o i capelli. Questo processo, una capacità fondamentale degli esseri viventi, è presente in tutte le cellule fragili come quelle della pelle o dei capelli oppure in quelle che rivestono l’apparato digerente. Per tutta la vita sono rimpiazzate da nuovi pezzi, come una catena di montaggio a ciclo continuo.

Negli altri organi, invece, questa capacità di rigenerazione viene attivata solo quando è necessario, in modo intelligente. Tutti sanno della capacità del fegato di ricrescere, quando viene colpito o distrutto. La capacità però non appartiene a tutte le cellule e gli organi. Nelle cellule perenni, come quelle del sistema nervoso, la perdita cellulare non è sostituibile. I neuroni si perdono, come è noto, con il processo di senescenza, anche se crescendo si creano nuove connessioni. Una ricerca di Gould e Gross aveva dimostrato, peraltro, che alcune cellule di neuroni si rinnovano e creano nuove connessioni.

In cosa consiste dunque l’invecchiamento, se il nostro organismo, in teoria, è in grado di generare nuove cellule?

È improbabile che esso consista nel deterioramento di una singola funzione cellulare o molecolare. Altrettanto improbabile è che tutto di riduca alla scomparsa o alla cessazione di una particolare funzione cellulare. Considerando che un essere vivente ha miliardi di cellule che ogni giorno esplicano miliardi di funzioni, in un mondo ricco di connessioni, legato in ogni evento, è assai improbabile che tutto si possa ridurre alla scomparsa di una precisa funzione cellulare. Questo accade con la morte ma non durante l’invecchiamento, nel quale il corpo funziona.

Sembra invece che il deterioramento (precoce, in linea o tardivo) dipenda dall’interazione essere vivente / ambiente e tutte le esposizioni per l’organismo che ciò determina. Non che si possa vivere per sempre in ambienti sterili nei quali è impossibile invecchiare (lo si pensa, nella fantascienza, alla permanenza prolungata nello spazio che impedisce la proliferazione cellulare, oppure alla tanto famigerata ibernazione).

Gli effetti dell’ambiente e dello stile di vita

Una conseguenza di questa interazione è che effettivamente possiamo adottare stili di vita che, ad esempio, limitino gli effetti dei fenomeni ossidativi (i radicali liberi). Gli studi istologici dimostrano che le cellule, come ogni altra cosa in natura, tendono comunque a decadere. Si perdono delle unità funzionanti, a partire dal fondamentale sistema nervoso, che produce una perdita della capacità dell’organismo di attivare determinate funzioni. I nostri organi sono dei componenti perfetti: quasi mai lavorano al massimo delle loro possibilità. Ce ne rendiamo immediatamente conto quando corriamo (un meccanismo di autodifesa innato): la fragilità del nostro scheletro suggerisce che non siamo fatti per correre, ma per trovare mezzi adatti a difenderci attraverso l’uso del cervello. Eppure, quando è strettamente necessario, siamo in grado di farlo: i polmoni si gonfiano per prendere più ossigeno, il cuore necessariamente pompa più sangue per i muscoli e per il cervello, c’è un consumo immediato di energia da spendere tutto in quell’istante, perché potrebbe essere una questione di vita o di morte.

Ciò che viene meno, in sostanza, è la capacità di riserva. Ovvero quel surplus di efficienza e funzionalità che possiamo mettere da parte e che non sfruttiamo quasi mai, perché non c’è bisogno. Per questo invecchiando le prestazioni sportive diventano molto meno efficienti. E come si nota negli atleti professionisti, esse iniziano a calare a partire dai 30 anni. La medicina ci consente di rallentare questi processi, basta semplicemente guardare il volto di un ragazzo degli anni ’50 rispetto a un coetaneo del nostro tempo, eppure l’invecchiamento procede. Ciò che perdiamo quindi è la capacità degli organi di funzionare al massimo, impoverendo la capacità delle cellule di rispondere agli stress ossidativi e agli effetti negativi dell’interazione essere vivente – ambiente.

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