Sopravvivere in mare

In televisione ci stiamo abituando a vedere immagini di uomini e bambini che muoiono annegati in mare, al largo delle coste che tentano di raggiunge faticosamente dopo una lunga traversata. Quanto è difficile il salvataggio in mare? A quale livello di temperatura può scendere l’organismo umano prima che sia costretto a desistere dalla lotta per la sopravvivenza? Domanda accademica per molti, ma questione di vitale importanza per marinai, pescatori, operai delle piattaforme petrolifere e per tutti coloro che, per professione, curiosità, necessità (come nel caso dei rifugiati) si trovino ad affrontare il mare in temperature fredde in grado di congelare un uomo, prima che gli si possa lanciare un salvagente.

I due fattori su cui si basano le tecniche di sopravvivenza nei mari freddi sono la costituzione anatomica e fisiologica del corpo umano e la creazione di un equipaggiamento che consenta all’organismo di mantenere le sue funzioni vitali. Ricerche condotte negli Stati Uniti e in Gran Bretagna indicano che un abbassamento accidentale della temperatura corporea interna da 37 a 33 gradi, quantunque disagevole, non è particolarmente pericoloso.

A una temperatura corporea interna di 30° C, un naufrago ha bisogno di aiuto esterno. A 27° C la sua vita è seriamente in pericolo e l’ulteriore abbassamento di un altro mezzo grado significa morte sicura. Molti ricercatori tuttavia non hanno tenuto pienamente in considerazione il fatto che,a causa di differenti meccanismi, la morte può sopraggiunger e a vari stadi di una immersione accidentale. Il decesso può essere immediato, come nel caso di quegli individui che, buttatisi in piscina, riemergono in superficie ormai privi di vita. In queste circostanze, c’è stata una fibrillazione ventricolare, una grave alterazione dell’attività del miocardio.

La morte piò sopraggiungere dopo pochi minuti di nuoto, a causa forse di un eccessivo sovraccarico imposto al cuore per lo sforzo di pompare in circolo sangue di viscosità progressivamente crescente; oppure può essere la conseguenza del fenomeno noto agli scienziati come “afterdrop” o dopo immersione, consistente nell’abbassamento progressivo della temperatura corporea anche dopo che il soggetto sia stato tirato fuori dall’acqua fredda.

Secondo una teoria, il fenomeno potrebbe essere causato dal ritorno agli organi centrali di sangue isotermico proveniente dagli organi periferici del corpo, con effetti catastrofici sul cuore.

La costituzione fisica del soggetto una grande importanza sulla sua capacità di sopravvivenza: un individuo relativamente obeso ha un grado di resistenza maggiore rispetto ad una persona magra. È anche probabile che le donne, le quali possiedono uno strato adiposo sottocutaneo di maggiore spessore, resistano più a lungo degli uomini. Sfortunatamente, la corporatura non è sempre il risultato di una scelta e, pertanto, un naufrago deve conoscere i principi fondamentali delle azioni che sta tentando di compiere. Per molti anni si era creduto che, nell’eventualità di abbandonare una nave, la miglior cosa da fare fosse quella di togliersi di dosso tutto l’abbigliamento e nuotare per mantenersi caldi. Ciò è del tutto sbagliato: l’indossare più abiti possibili ha un effetto benefico in quanto riduce la dispersione termica, e nuotare in acqua fredda è uno dei modi più rapidi per dissipare la qualità di calore accumulata nel corpo. L’obiettivo di altre ricerche è stato di accertare l’effetto del movimento sulla temperatura corporea. Un equipe di ricerca londinese ha dimostrato la veridicità dell’ipotesi formulata dal fisiologo americano Molnar, secondo cui i brividi mantengono quasi l’equilibrio termico in acque con una temperatura di 20°C.

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